Storia dell’avvocato e del cliente che gli ha revocato l’incarico

Avv. Giovanni Turina – patrimonialista
(denaro, eredità, famiglia, società)
tel. 045/5118311 vittoria@turina.net

Avv. Giovanni Turina, civilista: denaro, eredità, immobili, famiglia e società.
Ricevo a Verona ed online.
045/5118311 – vittoria@turina.it

Qui parleremo di:

A volte le cose non vanno come vorremmo, o come le avevamo immaginate.

Vale nei rapporti personali, ed è valido anche nei rapporti professionali. La storia che vado a descriverti ne è un esempio recente, parliamo del novembre 2023.

Come a volte capita, un assistito mi ha appena revocato l’incarico, ed ho pensato di scrivere qualche riga utile per tutti quelli che hanno a che fare con un qualunque professionista e che magari hanno paura di revocare l’incarico o si fanno problemi.

Partiamo da una premessa essenziale: come dico e scrivo sempre, il rapporto tra avvocato ed assistito è un rapporto fiduciario, ossia basato sulla reciproca fiducia.

Nella biblioteca dello studio, dove ricevo, non parliamo di cose da poco: che sia un problema coi vicini o con l’eredità di un parente stretto, spesso e volentieri non è solo una questione di soldi, ma anche di emozioni. Le emozioni sono un elemento che non puoi eliminare: negli studi legali, nelle sale operatorie, nelle aule di tribunale, ed in ogni luogo dove pensi che possa esserci la razionalità assoluta c’è sempre qualche emozione nell’aria.

Con Marta (nome di fantasia) è stato così.

Ci siamo visti per la prima volta per una consulenza di un’ora, ed è andata bene: c’era in ballo una questione ereditaria abbastanza complessa, con significativi aspetti emotivi in ballo, ma quello che più importava era l’aspetto giuridico.

Devi sapere infatti che in Italia, da qualche millennio, un genitore non può diseredare un figlio. Mai, in alcun caso. Può certamente gestire la cosa professionalmente, mediante ad esempio donazioni o altri contratti, ma scrivere nero su bianco in un testamento: “Diseredo mio figlio Primo” non si può fare. È una cosa che ci portiamo dietro dal diritto romano, e dubito che a breve le cose possano cambiare.

L’ho spiegato chiaramente a Marta, da subito. Non c’è scelta, purtroppo, perché vivere in uno Stato significa accettarne le leggi, anche quando le si ritiene ingiuste.

Al principio le cose sembravano andare bene: Marta pareva aver capito ed accettato il fatto che la volontà di suo padre (di non vedere suo figlio Primo come erede) non poteva essere sostenuta in tribunale.

Tuttavia, l’avvocato di Primo quando è morto il padre ha mandato una diffida a Marta, con un messaggio chiaro: Primo è erede, quindi meglio trovare un accordo per evitare costi inutili.

La questione, che non interessa nel dettaglio, era semplice: la strada ottimale (massimo beneficio, minor costo) era effettivamente quella di trovare una soluzione transattiva. Occorreva cioè capire quali sono gli strumenti di diritto utili per tutelare gli interessi di Marta il più possibile: ma Primo aveva ragione.

Lo scontro frontale con controparte era una strada insostenibile, proprio perché qui non è questione di interpretazione, ma di applicazione di una legge chiara e non modificabile.

Passa il tempo, e Marta non risponde più. Non è mio compito cercare i clienti, quando non ci sono urgenze o scadenze processuali. Tuttavia, un giorno Marta mi chiama per fissare un appuntamento.

Ci vediamo come sempre nella biblioteca, e mi dice -molto amichevolmente- che intende affidare ogni incarico ad un altro collega. E la ragione è questa:

Vede, avvocato, io devo rispettare la volontà di mio padre. E la volontà di mio padre era quella di cancellare ogni traccia di suo figlio, quello che oggi pretende l’eredità di un padre che ha sempre ignorato in vita. A me serve un avvocato con gli attributi [l’ho sfumata molto..] non uno che media. Dobbiamo combattere, dobbiamo distruggerli”.

Ora, il linguaggio di guerra (e l’espressione “anatomica”) qui era fuori contesto, o meglio: fuori contesto era la volontà di distruggere.

Quattro sono i principi che mi muovono come persona, e come professionista: prudenza, dialogo, chiarezza e reciprocità.

Erano venuti meno il primo ed il quarto (a ben vedere, anche il secondo, dato che già Marta era andata da un altro avvocato per farsi assistere): non posso portare avanti cause che significano per il mio assistito una sconfitta certa, ed una perdita di soldi significativa.

Lo sai, è scritto in tutti i modi nel mio sito, e lo chiarisco sempre al primo appuntamento: ho impostato il mio lavoro su principi che non sono negoziabili.

Questo era un caso di quelli.

Occorreva ora gestirlo al meglio.

Come è finita la storia

Molto banalmente, con una stretta di mano.

Ho detto a Marta quello che penso, e che dico anche a te: “C’è un piano personale, ed un piano professionale. Sul piano personale, comprendo la sua posizione, la situazione, i rapporti personali, e quello che vuole dirmi. Sul piano professionale, non posso accettare incarichi che sono un danno certo per lei. Non posso essere chi non sono. Tutto qua”.

Peraltro è vero, dato che (come ho spesso scritto) nella mia adolescenza casa mia è stata messa sotto-sopra da una causa ereditaria, e dalle conseguenze economiche ed emotive della stessa. Capivo, e capisco, benissimo Marta; tuttavia non sono più un sedicenne a digiuno di diritto, ma un avvocato che fa diritto ereditario ogni giorno.

Stretta di mano, saldo della parcella, e finita qui. La storia, se continuerà, seguirà un percorso che non mi appartiene, anche se rimane il rispetto per una persona che era mossa da sentimenti forti e che viveva davvero, con intensità, in ogni momento.

Cosa può esserti utile in questa storia?

Mi auguro che tu non ne abbia mai bisogno, ma se hai necessità di un avvocato, ti consiglio di chiarire fin da subito il tuo obiettivo e, soprattutto, quello che ti muove. Sì, anche i sentimenti, le ragioni profonde che ti portano lì.

Devi però fare altrettanto: devi cioè richiedere (ed è compito tuo, se vedi che il tema non esce fuori) al tuo avvocato cosa sinceramente pensa dell’intera vicenda, e di come si muoverebbe al tuo posto.

Lui non è te, tu non sei lui, ed è questa la ragione per cui ci si trova negli studi legali.

Non devi dimenticarlo mai: il rapporto tra avvocato ed assistito è un rapporto di fiducia reciproca. Se questa non c’è dall’inizio, o viene a mancare, meglio chiudere il prima possibile: ciascuno (ossia: il tuo avvocato, e tu) può chiudere il rapporto professionale sempre, addirittura senza giustificarsi.

Sono cose che succedono normalmente, non c’è bisogno di sentirsi in colpa o provare rancore, ma per lavorare bene insieme bisogna condividere una visione comune: se così non è, questo è solo fonte di problemi molto grandi.

Esperienza mia che (tanti o pochi che siano) sono nove anni che faccio questo lavoro qui.

Se dunque hai bisogno di un avvocato che porta avanti cause sapendo che sono destinate a fallire, cause che in genere sono portate avanti per questioni di principio, semplicemente forse non sono il professionista giusto per te.

Se però credi anche tu che un rapporto professionale debba essere basato sul dialogo, chiarezza, prudenza e reciprocità, sentiamoci. Solo ricordati che mi occupo di diritti reali (immobili), eredità, diritto di famiglia e società. Non faccio diritto del lavoro, amministrativo, penale o fiscale.

A presto,

Giovanni Turina

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